Reality

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Reality è l’opera più introspettiva di Garrone, in una filmografia che ha dell’introspezione e della distorsione della realtà i propri punti di forza. L’ossessione per il finto mondo televisivo assume proporzioni totalizzanti, escludendo dalla mente del protagonista qualsiasi ancoraggio con gli elementi basilari della quotidianità. Si vive per la visibilità, la fama, raggiungere la dimensione onirica del successo ancora prima di quella materiale.

L’abilità del regista emerge nel rapporto con la troupe e nella predisposizione a tirare fuori il meglio dai suoi attori non professionisti; a questo proposito è da sottolineare il sodalizio con Aniello Arena, detenuto nel carcere di Volterra, il quale, grazie a un permesso ottenuto appositamente per il film, ha potuto recitare nelle ore di libertà concesse, con risultati sbalorditivi.

Altra peculiarità di Garrone è il talento come operatore di macchina, uno dei pochissimi a livello mondiale a seguire l’esempio di Kubrick, che amava riprendere in prima persona i propri film. Gli eleganti piani sequenza si susseguono scandendo i passaggi narrativi con grazia ed efficacia, ponendoci primi osservatori del surreale mondo circostante.

Il secondo premio consecutivo a Cannes dopo “Gomorra” consacra il regista a livello internazionale, permettendogli nel successivo “Il Racconto dei Racconti” di disporre di un cast Hollywoodiano. Tuttavia, come già dai tempi di “Silhouette”, Garrone è inarrivabile quando imbraccia la cinepresa e va per le strade a narrare con sguardo poetico la vita degli ultimi.

[Domanda esistenziale: La prima cosa che fareste divenuti improvvisamente famosi?]