Memento

Capolavoro di sceneggiatura, un’opera in grado di manipolare il tempo e servirsene a proprio piacimento, un film di culto che ha lanciato Nolan verso le grandi produzioni, senza mai abbandonare del tutto lo spirito dei suoi esordi.

Credere a tutti tranne che a se stessi è il messaggio anticonvenzionale che “Memento” ci sbatte in faccia senza necessità di colmare le scene di violenza, bensì servendosi di una perfetta struttura di condizionamento psicologico curata nei dettagli, raggiungendo l’ossessione, e svelando il meccanismo della rimozione.

Le prime immagini suggeriscono che il naturale fluire degli eventi assumerà contorni nuovi, distorti, seppur coerenti nel loro insieme. Il nostro modo di pensare si assimila presto a quello del protagonista, proiettandoci in una dimensione in cui sarebbe facile sentirsi lottatori incompresi in un mondo che complotta contro di noi.

La capacità della scrittura di immedesimarsi nella condizione dell’antieroe raggiunge profondità scomode, destabilizzanti, e in questo lavoro è da citare il fratello del regista, autore del racconto originale.

La regia è essenziale rispetto ai successivi lavori di Nolan, ma concede spazi all’ego dell’artista, senza uscire da ciò che è funzionale alla narrazione. L’incanto nel fissarsi su una polaroid appena scattata, e scuoterla con grazia mentre i colori scompaiono, racchiude alla perfezione lo stile dell’autore.

Un film che non si macchia di patina consolatoria, e per questo risulta più che mai incisivo.

[Domanda esistenziale: In quali occasioni vi capita di mettere in discussione voi stessi?]