Fellini il Sognatore

Federico Fellini è il classico esempio di genio mai divenuto adulto. Con questo non si vuole ridurre la sua statura di direttore ancor prima che artista, uomo capace di gestire immense produzioni e attori di livello internazionale con immensa abilità, talvolta illusoria, fornendo agli interessati il minimo indispensabile di informazioni. Celebre è l’episodio in cui convinse il grande Mastroianni a recitare ne “La dolce vita” semplicemente consegnandogli un fazzoletto su cui aveva appena disegnato un uomo stilizzato coi piedi in una pozzanghera.

Fellini è rimasto a tutti gli effetti un bambino principalmente per la sua qualità nel trasferire i sogni sullo schermo. I sogni di Fellini non hanno niente a che fare con le rassicuranti storie hollywoodiane rese eteree dal mestiere dei direttori della fotografia. Il potere visionario del maestro italiano è assai più denso, torbido, legato indissolubilmente all’inconscio. I suoi profondi studi sui testi di Jung lo hanno reso capace di sfruttare appieno il talento investigativo sui ricordi e le sensazioni della sua infanzia. Questo potere dell’immaginazione che colpisce direttamente alla pancia dello spettatore è ammirabile ancor più nelle sue opere meno conosciute come il “Satyricon”, ” I clown” o “La città delle donne”, dove diventa colonna portante di tutta la narrazione e anima dello spettacolo offerto.

Vi è tuttavia un’eccezione illustre: l’analisi di sogni è riproposta con un particolare accento verso la propria identità in una delle sue opere maggiori, “8 e 1/2”. In questo assoluto capolavoro Fellini esordisce con un’indimenticabile incubo in cui mostra le sue ansie e la sua condizione di libertà, limitata e soffocata dalle responsabilità della fama e del lavoro. Il sogno principe della sua intera filmografia lo si può trovare proprio al termine di quest’opera, in cui abbandonata ogni riserva verso produttori e critica riesce a far ballare in cerchio tutti i personaggi che compongono la sua vita.

Il giovane ragazzo che mosso dal desiderio di abbandonare la provincia per tentare la fortuna a Roma, riesce a cavarsela egregiamente come vignettista di una delle riviste più importanti dell’epoca, il “Marc’Aurelio”, non è così lontano da colui che dirige Anita Ekberg in una fontana o Roberto Benigni mentre osserva la luna. Il forte desiderio di vivere la vita sognando lo ha accompagnato per sempre, regalandoci un’eredità immortale che permette ai nostri occhi e agli occhi del mondo di godere di un punto di riferimento, che incarna il cinema al livello più alto.