Quarto Potere

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Il leggendario Orson Welles aveva solamente ventisei anni quando scrisse, diresse e recitò come protagonista in uno dei film più innovativi della storia del cinema.

Per la prima volta la sceneggiatura scorre parallelamente su diversi piani temporali, la fotografia assume un’importanza narrativa senza precedenti, con aperture del diaframma che permettono la mesa a fuoco sia sui campi lunghi sia sui primi piani contemporaneamente e con grande efficacia, rendendo possibili efficaci espedienti narrativi. Non è un caso, a tal proposito, che il regista deciderà di condividere i titoli di testa proprio con il suo direttore della fotografia.

Orson Welles è un genio, lo dimostra l’incredibile riscontro che avrà il suo lungometraggio d’esordio, nonostante le pressioni di Hearst (a cui è liberamente ispirato il personaggio di Kane) per screditare la pellicola. In seguito altre sue opere passeranno alla storia, su tutte “L’Infernale Quinlan”, la cui scena d’apertura è citata in tutti i manuali di regia alla voce piano sequenza, e “La Signora di Shangai” celebre per la sequenza finale nella sala degli specchi.

Orson Welles avrebbe potuto accontentarsi di recitare in produzioni di grande livello, dato il suo talento d’attore e l’imponente presenza scenica, ma la serietà con cui intendeva la sua professione d’autore cinematografico, e la sua smisurata ambizione, non glielo permisero, conducendolo via via ad un lento disfacimento, costellato da profonde delusioni anche nei rapporti di coppia, a cominciare da quello con Rita Hayworth.

Per il giovane ragazzo – che ebbe un inizio fulminante, sconvolgendo l’America e gettandola nel panico grazie ad uno scherzo radiofonico – la vita si rivelerà più in salita del previsto, ma la storia gli riserva il posto che merita.

[Domanda esistenziale: Qual’è il vostro rapporto con il potere?]

 

 

La Finestra sul Cortile

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L’ingegnere del cinema, il Grande Hitch, nella sua immensa produzione, raggiunge una vetta insuperabile: l’affresco della vita all’interno di un cortile newyorkese, caratterizzato da ambientazioni ridotte al minimo e valorizzate da un grande impianto narrativo, diviene esempio da seguire anche per il cinema europeo, che troverà in Truffaut il primo estimatore del maestro inglese prestato a Hollywood.

Il voyerismo per antonomasia, la grazia narrativa, la naturale predisposizione al brivido, compongono un’opera tra le più famose della storia del cinema.

James Stewart e Grace Kelly insieme sullo schermo sono inarrivabili, perfetti e immortali. Hichcock li riprende con venerazione, glaciale. Si avvicina lentamente, fino a sfiorare gli oggetti del suo desiderio, per poi arretrare e assistere in disparte per quasi tutta la durata del film, senza interferire con lo svolgersi degli eventi. Il finale lo vedrà rivoltare le carte in tavola e agire da protagonista.

La regia gioca un ruolo fondamentale, matematica e rigorosa, quanto invadente e implacabile; plasma il punto di vista dello spettatore, il quale si ritrova trasportato nell’inconscio di un osservatore di professione.

Difficile non rimanerne affascinati.

[Domanda esistenziale: Esiste un motivo valido per non sposare Grace Kelly?]