L’Uomo che Verrà

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Una favola nera che incontra drammaticamente la realtà nel capolavoro di Giorgio Diritti, in cui gli eventi che hanno caratterizzato le pagine più brutte della storia mondiale vengono trattati con empatia, identificandoli in storie personali immerse nel  tentativo di riappropriarsi della propria quotidianità.

È in questi dolorosi anni di passaggio che è stato partorito e nascerà l’uomo che verrà, colui che costruirà il futuro. Nella profondità della narrazione del regista le emozioni vengono colte con grande condivisione da parte dello spettatore, che non viene distratto da tratti mitici, bensì coadiuvato dalla lingua originale dei tempi e delle regioni.

I partigiani sono uomini umili armati solamente di forche e disperazione, i tedeschi sono incomprensibili e terrorizzati dalla stessa violenza che adoperano. raramente si è visto un tale equilibrio sullo schermo.

L’autore dimostra che qualcosa di buono può sopravvivere anche nel terrore e crescere protetto dall’amore di una sorella dall’animo materno.

[Domanda esistenziale: Quanta influenza può avere su di noi il periodo storico in cui capitiamo?]

 

Una Pura Formalità

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Il noir di Tornatore rappresenta un unicum nella filmografia del regista, risultando tra le sue opere più originali e riuscite, sebbene goda di fama minore rispetto ai suoi grandi successi.

Attori del calibro di Depardieu e Polanski si lasciano dirigere al meglio, dando vita alla buia metafora della vita elaborata dall’autore. L’ispirato lavoro di scrittura del film è chiaramente percepito nei passaggi della pellicola, non vi sono tempi morti né cali di tensione, tutto è rigorosamente studiato per approdare con passo incessante al ricongiungimento con la verità.

E’ la resistenza da parte dell’essere umano ad accettare la fotografia della realtà a costituire la colonna portante nelle intenzioni del regista, il quale ottiene meravigliosi quadri di rigore stilistico evidenziando posizioni di potere e tacite relazioni tra i personaggi, curando le dimensioni che essi occupano sullo schermo e la disposizione nell’ambiente circostante.

Anche il montaggio gioca un ruolo fondamentale, scandendo il ritmo delle tensioni del protagonista, e il suo incedere insicuro nei meandri della coscienza.

Tornatore si serve della sottile arte della diplomazia per giungere dove si era prefissato, dimostrando di conoscere con dimestichezza le dinamiche della colpa e dell’assoluzione.

Il film si pone nei confronti del pubblico come esperienza dalle profonde doti di coinvolgimento e riflessione, restituendoci a noi stessi con un ottimo finale.

[Domanda esistenziale: Qual’è il vostro incubo peggiore?]

Reality

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Reality è l’opera più introspettiva di Garrone, in una filmografia che ha dell’introspezione e della distorsione della realtà i propri punti di forza. L’ossessione per il finto mondo televisivo assume proporzioni totalizzanti, escludendo dalla mente del protagonista qualsiasi ancoraggio con gli elementi basilari della quotidianità. Si vive per la visibilità, la fama, raggiungere la dimensione onirica del successo ancora prima di quella materiale.

L’abilità del regista emerge nel rapporto con la troupe e nella predisposizione a tirare fuori il meglio dai suoi attori non professionisti; a questo proposito è da sottolineare il sodalizio con Aniello Arena, detenuto nel carcere di Volterra, il quale, grazie a un permesso ottenuto appositamente per il film, ha potuto recitare nelle ore di libertà concesse, con risultati sbalorditivi.

Altra peculiarità di Garrone è il talento come operatore di macchina, uno dei pochissimi a livello mondiale a seguire l’esempio di Kubrick, che amava riprendere in prima persona i propri film. Gli eleganti piani sequenza si susseguono scandendo i passaggi narrativi con grazia ed efficacia, ponendoci primi osservatori del surreale mondo circostante.

Il secondo premio consecutivo a Cannes dopo “Gomorra” consacra il regista a livello internazionale, permettendogli nel successivo “Il Racconto dei Racconti” di disporre di un cast Hollywoodiano. Tuttavia, come già dai tempi di “Silhouette”, Garrone è inarrivabile quando imbraccia la cinepresa e va per le strade a narrare con sguardo poetico la vita degli ultimi.

[Domanda esistenziale: La prima cosa che fareste divenuti improvvisamente famosi?]

L’Assedio

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Bertolucci torna a dimostrarsi abile seduttore, rivolgendo e sue attenzioni verso una giovane ragazza e conquistandola con il potere incontrovertibile di una smisurata generosità.

Le dinamiche richiamano quelle del tango parigino, rivisto da un pianoforte primo protagonista. Le atmosfere sono curate nel dettaglio, l’incedere progredisce minuto dopo minuto; il budget limitato rispetto alle sue grandi produzioni, consente al regista di essere più intimista.

La mancanza del magnetismo di Marlon Brando viene compensata dal lato artistico della seduzione, che raggiunge il cuore con lentezza, ma in profondità.

Lasciarsi trasportare dal film è un piacere, e in questo Bertolucci è maestro. Si finisce per essere profondamente coinvolti, complici del protagonista.

L’amore è un sentimento difficilmente investigabile, ma L’Assedio ne conosce le corde.

[Domanda esistenziale: Quanto sareste disposti a sacrificarvi per la felicità di chi amate?]

La Grande Bellezza

01_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito

Immaginate di essere artisti affermati, di aver raggiunto la piena maturità, di passeggiare per la città eterna in piena libertà, una serena mattina d’estate, lungo il Tevere; quali sensazioni vi assalirebbero?

Paolo Sorrentino ci si è evidentemente ritrovato, e ne è nato l’inesauribile capolavoro che è valso il titolo indiscusso di miglior film straniero agli Oscar 2013.

Il potere di far fallire una festa è un’arma a doppio taglio, un prestigioso ma arido traguardo. La costante e totale ricerca della verità a cui anela un’artista non può essere coltivata nell’appagato chiacchiericcio dell’alta classe romana. La ricerca della bellezza è definitivamente sospesa, compensata con la consolante dedizione a ricchissime feste senza fine.

Tutto questo è trasceso da una regia ispiratissima, una fotografia metafisica, un interprete di livello internazionale come Toni Servillo, a cui la divina Cate Blanchett si è inchinata, offrendosi in un baciamano.

Da non dimenticare il prezioso contributo alla sceneggiatura di Umberto Contarello, già collaboratore di Sorrentino in “This Must Be The Place”.

Paolo Sorrentino è uno di quei registi che o lo si adora o lo si guarda con disinteresse. Per chi ne riconosce lo smisurato talento, quest’opera ne è la massima espressione.

[Domanda esistenziale: Cosa odiereste di più nell’essere il Grande Gatsby?]