Lincoln

 

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Intrapreso un percorso politico e diplomatico che ha avuto inizio con Schindler’s list e prosegue con Il ponte delle spie, Spielberg coglie nei periodi di tensione della storia insegnamenti universali da riproporre con il vigore del suo cinema. L’ottima collaborazione con Daniel Day-Lewis da vita ad un’impersonificazione senza pari degli ideali del 16° presidente degli Stati Uniti d’America, che non condurrà mai una battaglia morale, ma abolirà la schiavitù servendosi dei benefici che l’impresa porterebbe all’unione, sconvolta dalla guerra di secessione in cui i neri giocano un ruolo chiave.

Il presidente viene ritratto come un uomo di animo nobile, padrone della sua materia quanto schiacciato dal peso delle proprie responsabilità; un uomo la cui vita, privata e non, è completamente rivolta alla missione che il destino gli ha affidato. Tuttavia la grandezza del personaggio sta nel non sbandierare i meriti umani delle proprie crociate, bensì nel celarli dietro un rigore strategico ammirevole, che non lascia spazio a concessioni nemmeno nelle fasi più delicate delle varie trattative intraprese.

Il sacrificio di Lincoln si estende inevitabilmente anche alla propria famiglia. Non vi è il tempo necessario per elaborare il lutto del figlio, né per risollevare la consorte dall’inevitabile depressione o seguire i altri figli nel percorso di crescita. Il dolore è semplicemente messo da parte, archiviato in attesa di avere spazio per viverlo a fondo e superarlo.

Sarà proprio Mary Todd Lincoln, la moglie del presidente, a pronunciare le parole che meglio descrivono l’essenza di Abraham: “Tutti sapranno quello che hai fatto, e ti ammireranno. Ma non sapranno mai quanto è stata dura per quelli che ti sono stati vicino, per quelli che non sono come te.”

[Domanda esistenziale]: Quando celare i propri intenti per difenderli?]

Parla con Lei

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La teatralità e la fantasia di Almodovar trovano piena espressione in quest’opera colma di simboli e significati che prendono forma e colore in una storia di fantasia, scossa da fantasmi più che mai reali.

Il cinema muto è di grande ispirazione in questa pellicola: la trama viene presentata in capitoli, la gestualità ha la rilevanza delle origini, i passaggi che innescano i desideri inconsci del protagonista nascono e si rispecchiano proprio durante la visione dei classici in bianco e nero.

Entrare nella persona amata e rifugiarsi al suo interno, prendersi cura di lei e restituirla alla vita, sono questi gli ideali che muovono una realtà apparentemente rassegnata che necessita di una scintilla per rianimarsi, sebbene i nobili intenti vengano rivolti con eccessivo trasporto e senza alcun riscontro.

In questa contraddizione, nel donare il proprio amore senza preoccuparsi dell’opportunità dei propri sentimenti, Almodovar trova la chiave per costruire una trama quanto mai intrecciata e complessa, seppur leggera ed equilibrata, che gli varrà il secondo Oscar.

Le immagini di Almodovar sono profondamente radicate nel teatro, al quale ama ricorrere anche nella costruzione di sequenze dal carattere onirico. Il suo lavoro con gli attori è straordinario ed empatico, tutto il cast dimostra piena comprensione dei propri ruoli e delle proprie sfumature, creando così un’armonia d’insieme percepibile per tutta la durata dell’opera.

Un viaggio ai limiti dell’amore e dell’adorazione, a tutti gli effetti un’opera d’arte.

[Domanda esistenziale]: Quali sono i limiti dell’amore non corrisposto?]

Gone Girl

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David Fincher ha sempre mantenuto un livello altissimo in tutta la sua filmografia. Non fa eccezione nemmeno Gone Girl, lungometraggio che gode di fama minore rispetto ai suoi grandi successi come Fight club, Il curioso caso di Benjamin Button o The social network, ma non è inferiore come complessità delle tematiche, attualità e maturità del regista.

“L’amore bugiardo”, titolo del romanzo da cui Fincher ha ricavato la sceneggiatura, può essere inteso come estrema sintesi dei contenuti: l’amore di coppia radicato sull’immagine dietro la quale il partner è comodamente in grado di nascondersi, capace di convincerci dell’esistenza della persona perfetta, è destinato a crollare inesorabilmente, amplificando il rumore della caduta per mezzo di tutti gli strumenti di comunicazione di cui si dispone nei tempi moderni, rinviando ogni conclusione al giudizio dall’opinione pubblica, unico vero tribunale della società.

In queste dinamiche gioca un ruolo fondamentale la televisione e il linguaggio che essa costringe ad adottare per seguire le sue regole spietate quanto efficaci. La fiducia non è una concessione reciproca, ma assume le apparenze di un accordo tra alleati in affari, una collaborazione mirata al successo di entrambe le parti che desidera porre le proprie fondamenta su interessi concreti e definiti, snobbando l’amore spontaneo come un gioco da principianti.

Gone girl è un film su un rapporto di coppia esposto ai media, ma si potrebbe con precisione ancora maggiore definirlo come un thriller psicologico, un gioco di forza tra due ex innamorati che non hanno nessuna intenzione di passare per sconfitti, disposti a tutto per uscirne vincenti.

Una pellicola da alcuni paragonata a Eyes wide shut, che seppur profondamente diversa nella trama si ispira ad uno dei maestri di David Fincher per eccellenza nella realizzazione e conoscenza delle dinamiche che portano gli esseri umani a stravolgere la propria quotidianità inaspettatamente ed in maniera inesorabile.

[Domanda esistenziale: Perchè fingere in amore?]

Mulholland Drive

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Mulholland drive rappresenta il proprio autore nella completezza delle sue sfaccettature, racchiudendole in un’opera sontuosa che incorona il culto del cinema di David Lynch. A tal proposito risulta insolito e curioso che il processo creativo sia nato come richiesta di un episodio pilota per una serie televisiva, fomentata dal successo di Twin Peaks; ma è proprio da questi cicli di accantonamento, riconsiderazione e trasformazione che nasce un capolavoro capace di proporre sul grande schermo la narrazione onirica tipica del regista, frutto delle tecniche consolidate di meditazione trascendentale.

La trama è costituita di sensazioni che pesano assai più dei fatti concreti, lo spettatore si muove sospeso sul filo dell’irrazionalità, cullato dalle atmosfere e colpito dai simboli. Il tutto risulta complicato nello svolgimento tanto quanto semplice da seguire emotivamente. La regia è impeccabile e si elegge a tutti gli effetti terza protagonista, in compagnia delle due meravigliose attrici che incantano dalla prima all’ultima scena.

La location hollywoodiana permette al pubblico di disporre di momenti in cui riprendere fiato e trarre le prime conclusioni a cammino in corso. Ciò era del tutto impossibile in “Strade perdute”, pellicola che assomiglia molto a Mulholland drive nel far leva sull’inquietudine e nel servirsi con frequenza dell’immaginazione torbida e contorta che Lynch ha saputo riproporre con grande senso estetico fino a plasmarla in autentico marchio di fabbrica.

Ogni film di David Lynch è prima di tutto esperienza dell’inconscio, e Mulholland drive ne rappresenta il massimo risultato.

[Domanda esistenziale: Quali sono i limiti che travalichereste per gelosia?]

L’Ultima Tentazione di Cristo

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Il romanzo di Nikos Kazantzakis diviene capolavoro anche sul grande schermo grazie alla passione di Scorsese per i temi religiosi, ancor più marcata quando questi vengono affrontati con animo contraddittorio. Il film, come il romanzo, vuole raccontare i drammi umani di Gesù, i dubbi di ognuno di noi, il risentimento misto a incomprensione nell’essere chiamati a fare qualcosa di più grande di sé, al non poter “lasciarsi stare”.

La figura del figlio di Dio è resa umana come mai si è potuta ammirare sullo schermo; ciò non ne scalfisce la statura, al contrario ne restituisce un profilo autentico e sfaccettato, reso vivace e complesso dalle tormentate lotte interiori.

Cosa sarebbe successo se il Cristo avesse deciso di sottrarsi alla sua missione? A questa domanda il film risponde in modo esaustivo, sorprendente, sfiorando il limite dello scandalo.

Magnifica la prova di William Dafoe, meravigliose le musiche di Peter Gabriel, ispiratissima la regia di Martin Scorsese, il quale ha dovuto superare lunghe fasi di gestazione e intoppi nella produzione prima di riuscire a realizzare un’opera che ha inseguito con tenacia per anni. Film come “Casinò”, ben più famoso di quello in oggetto, sono nati come moneta di scambio tra il regista della New Hollywood e le case cinematografiche, un patto che ha permesso la realizzazione alternata di pellicole per il grande pubblico a produzioni minori, di interesse autoriale.

L’adattamento di Scorsese risulta quanto mai avvincente, accentuando la dimensione psicologica dei personaggi, ribaltando ogni retorica nei confronti del Messia, rinnovando totalmente la narrazione di soggetti normalmente proposti sotto luce divina e con scopo didattico.

[Domanda esistenziale: Esiste un disegno per ognuno di noi?]

Monsieur Lazhar

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Il regista canadese Philippe Falardeau firma una meravigliosa sceneggiatura basata sulla pièce di Évelyne de la Chenelière, riuscendo nell’impresa di raccontare l’aspetto pedagogico dell’ambiente scolastico con empatia e sensibilità.

Monsieur Lazhar è un insegnante solo di fatto, senza titoli e preparazione che non coincidano con la vita stessa e la personale esperienza. Ma è insegnante per natura, e il destino gli riserva di esorcizzare i dolori nascosti di una normale classe di una normale scuola.

I passi fondamentali di un qualsiasi rapporto, anche di quello alunni-professore, prevedono tentativi mirati, volti a stabilire legami di fiducia, punti di contatto in cui sia possibile aprirsi senza rimanerne feriti. Condividere i propri sentimenti in serenità permette ad una classe di sentirsi gruppo, ad una scuola di trasformarsi per qualche ora in una seconda casa.

L’unica differenza tra Monsieur Lazhar e la sua classe, l’unico reale grado di separazione, è la condizione di adulto responsabile, condizione dalla quale gli alunni non vengono limitati nella loro spontaneità. Assisteremo ad attimi in cui anche questo muro viene abbattuto: una foto di classe, una lezione tenuta da un altro insegnante, la recita scolastica; momenti brevi, ma capaci di imprimersi in modo indelebile.

Gli incontri improvvisi e inaspettati che la vita ci riserva possono rivelarsi legami profondi, oltre la parentela.Possono durare per uno scorcio di esistenza ma rivelarsi fondamentali ai fini del percorso di crescita individuale.

Un film che vale come un grande abbraccio.

[Domanda esistenziale: Quali caratteristiche dei vostri insegnanti ricordate con piacere?]

Eyes Wide Shut

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Nella filmografia di Kubrick è impossibile decretare un vincitore, lo stesso “2001” vanta tanti ammiratori prostrati quanti antagonisti, sebbene venga riconosciuto dalla generazione passata tanto quanto la successiva riconoscerà “Arancia Meccanica”.

Il paradosso di Kubrick consiste, senza ombra di dubbio, nel coniugare il cinema nella sua massima espressione con il cinema per la massa, che diverrebbe superamento dell’arte stessa. Vi è un profondo condizionamento che scaturisce dalla visione di questa pellicola, dalle dense atmosfere che il regista riesce incredibilmente a plasmare fino a portarle in vita.

La disavventura del protagonista si trasforma in avventura, invischia nei meccanismi di ciò che si cela dietro l’ordinario, sorprendendo con violenti colpi di scena, e bruschi riassestamenti.

Il gioco della seduzione si elegge a sistema dei rapporti interpersonali, il mondo viene regolato da pulsioni decorate dalla umana arte nel mascherare.

L’ultima opera del genio del cinema è destinata a condividere il destino delle precedenti, dividendo tutti gli appassionati, in parti ancor più distinte, tra chi la considera il capolavoro consegnatoci per l’immortalità e chi al contrario la ritiene inferiore all’impressionante livello degli altri undici fratelli.

[Domanda esistenziale: Sareste disposti a stravolgere la vostra quotidianità per sempre?]